Un affascinante viaggio attraverso la nascita della abito da sposa durante la Belle Epoque: mode e tendenze attraverso i grandi matrimoni delle celebri e amate Regine europee di quegli anni

MARIA ANTONIETTA PROPONE NAPOLEONE DISPONE Dall'Inghilterra dell'espansione industriale e commerciale un complesso movimento, sorto negli ultimi decenni del secolo XVIII, ha preparato il totale rinnovamento delle fogge dell'Ottocento. Eliminate sottostrutture ingombranti come panieri e guardinfanti, o deformanti come i busti a cuneo, si indossano abiti di cotone leggero, mussoline o garze, per lo più di colore bianco, senza tagli in vita, corpetto <em>blousant</em> stretto da un nastro colorato, gonna arricciata senza eccessi. Pare che sin dal 1775 Maria Antonietta, almeno nell'intimità della propria casa, adottasse tale foggia, soprannominata per la sua praticità <em>en chemise</em>, diffusasi definitivamente dall'esposizione al Salon de Madame Vígée Le Brun, nel 1783, di un ritratto in cui la regina compariva <em>coifée dun chapeau de paílle et habíllée d'une robe de mousselíne blanche</em>. Nonostante i critici si scaglino contro tale moda, la sua effettiva comodità, in un momento in cui i consigli medico-igienici iniziano ad avere credibilità, e in cui per merito di Rousseau e della Nouvelle Eloíse si riscopre l'amore per la natura e la campagna, convince le dame più in vista a farsi arrivare dal1'Inghilterra i tanto discussi modelli. Ma c'e ben altro che contribuisce nel primo decennio del secolo XIX al rifiuto totale delle stoffe operate o decorate, a favore di tessuti leggeri, di seta o cotone, obbligatoriamente bianchi. I richiami più immediati riguardano la scultura classica greco-romana, perchè il bianco fa statua e niente meglio di una statua riesce a soddisfare l'entusiasmo archeologico di un'epoca che pretende di trasportare nella vita quotidiana le raffinatezze di Ercolano e Pompei, che scavi mai del tutto abbandonati continuano a portare alla luce. Sfondo appropriato a tanto “furor classico” sono anche gli ambienti di abitazione, spogli nell'essenzialità delle pareti a stucco e dei pavimenti di marmo, nel rigore dei mobili laccati di bianco. In un mondo tutto bianco sia nell'arredo che nell'abbigliamento sembrerebbe oltremodo strano che le uniche a non adeguarvisi fossero state le spose. A rendere obbligatorio il bianco, colore sintesi di tutti i colori, intervengono anche ragioni economiche e politiche. Per colpire l'Inghilterra, rivale e nemica accanita, Napoleone impone nel 1803 il blocco continentale, impedendole così ogni esportazione in Europa. Tra le altre merci quindi non giungono più né cotone, né sostanze coloranti, per cui non si possono più tingere i tessuti. Napoleone da un lato invoglia con borse di studio i chimici a scoprire tinture artificiali, dall'altro cura e promuove l'immagine del non colore. Di bianco ricamato in oro e argento si vestono l`irrequieta Josephine de Beauharnais, sua prima moglie nel 1804 e la seconda, Maria Luigia d'Austria, sposata per procura nel 1810. E l`abito da marièe proposto dal figurino di Costume Parisien del 1813, la rivista della classe agiata parigina, poco si discosta dagli abiti di gala dell'epoca: cortissime maniche a palloncino, ampia scollatura al barchetta, seno diviso e sottolineato dall'altra cinta, gonna lunga alle caviglie (il bordo inferiore ricamato con ghirlande di rose) e corta sopragonna di merletto a fuselli del tipo “blonda”. Di merletto anche il velo che dalla sommità dell'acconciatura a serto di rose scende fino ai fianchi. Un bouquet (li rose appuntato al seno, scarpine con legacci alla greca, guanti morbidi al gomito, ventaglio e parure di coralli e olro completano l'abbigliamento della sposa elegante. Le svariate acconciature nuziali suggerite in quegli anni alternano un corto velo di tulle ricamato, con bordo a margherite, fermato sull'alto <em>chignon</em> da una coroncina di gigli, al cappellino con balzo e tesa spiovente sul viso, ricoperto di tulle ricamato.

ABITI PER PRINCIPESSE E PROTAGONISTE Tramontato a Sant'Elena l'astro dell'imperatore, le tinte vivaci tornano alla ribalta un po' alla volta mentre per l'abito da sposa resta il bianco, considerato da secoli simbolo di virtù quali verginità, purezza, candore clie ora la nuova morale borghese richiede ufficialmente. L°abito da sposa della principessa Charlotte d”Inghilterra del 1816, conservato al London Museum, ancora decisamente di llnea Impero, completo di notevole strascico, è interamente coperto e bordato da tulle ricamato con paillettes, lamelle e merletto d'argento. Intorno al 1820 la foggia degli abiti nuziali rimanda alle eleganze da sera o da ballo. La cintura si sposta impercettibilmente verso il punto naturale; la scollatura, sempre molto generosa, segue il giro spalla; le maniche sono corte e gonfie e la gonna a birillo termina in basso in un bordo decorato con rigonli e imbottiture identico a quellosullo strascico: un pannello si stacca a meta della schiena. La foggia dell`acconciatura sta iniziando una "carriera" di artiliciosità che raggiungerà il suo culmine negli anni Trenta. I capelli, divisi da una scriminatura, sono pettinati a ricci scultorei sul davanti, il velo di trina e fissato da spilloni gioiello a un`imponente treccia ad aureola sul dietro. La gonna, lievitando e dilatandosi, andrà a rievocare dapprima il vertugado cinquecentesco, per raggiungere poi, con la crinolina, gli eccessi settecenteschi del paníer . Anche le maniche subiranno l'influsso dei revival rinascimentali gonfiandosi a gígot. Le pettinature sono ricercate al limite dell'imbarazzo e raccolgono i capelli in gale e ciocche rigide e asimmetriche sulla sommità del capo e in due grappoli di ricci addensati alle tempie. Arricciato a ventagli dai nodi geometrici posticci, intrecciati a tralci di beneaugurale mirto, scende, lungo fino a terra, il velo di merletto a fuselli in point d'Angleterre, come il volant fittamente arricciato dell'amplissimo scollo e le alte balze della gonna. Nella mano destra la sposa tiene semiaperto un libricino di preghiere, dono delle compagne di collegio e nell°altra un indispensabile fazzolettino. E' infatti abitudine, per non dire obbligo, che la sposa si sciolga in lagrime andandoall`altare. Occhi timidi e naso rosso fanno parte della tenuta di rigore. Anche lo sposo impettito nell`abito scuro, pantaloni lunghi e diritti, panciotto all`ombelico, frac con spalle cadenti e collo sciallato. cravatta annodata a scelta tra i trentadue modi allora in voga, capelli alla Nazzareno o alla “colpo di vento", non deve mostrarsi lieto di fronte a tanto dolore e si atteggia così al più profondo e partecipe compianto. Da parte sua "il sacerdote compreso nella necessità di mettersi all`unisono, recitato un predicozzo straziante ai due sventurati giovani" fa commuovere tutte le signore invitate che lacrimano serene nelle loro “pezzuole ricamare". (Marchesa Colombi). La principessa Margherita non piangerà al suo matrimonio e a lei andrà la gratitudine delle spose che potranno finalmente evitare il piagnucoloso comportamento. La regina Vittoria si sposa nel 1840 e il suo abito in raso di seta bianco crema, conservato al Victoriaa and Albert Museum di Londra, è composto di corpetto steccato, aderente, di linea appuntita davanti e dietro, scollo ovale sottolineato da una berta di merletto a fuselli di Honiton, simile a quello posto ai gomiti, negli engageantes delle maniche e nelfaltissima balza della gonna arricciata. Il velo dello stesso pizzo è trattenuto sul capo acconciato a bandeaux da una corona di fiori d'arancio. In quegli anni esce in Italia l'edizione sciacquata in Arno dei Promessi Sposi manzoniani. “Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle di seta anch°esse a ricami. Qltre a questo, che era l'ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza rilevata allora e accresciuta da un turbamento leggero, quel placido accoramento che si mostra di quando in quando sul volto delle spose e senza scompor la bellezza le dà un carattere particolare". Ma Lucia non indossava che un alaito della tradizione popolare ottocentesca tissato nella documentazione iconografica imposta da Napoleone all”inizio del XIX secolo, e certamente non datato all'epoca in cui Manzoni ha situato Lucia e le sue vicende matrimoniali. Quando Eugenia de Montijo sposa nel 1853 un galante e baffuto Napoleone III e diviene imperatrice dei francesi, indossa un'ampia ed evidente crinolina, descritta nei dettagli dal figurino del Conseíller des Dames et des Demoiselles di marzo. Il corpino attillatissimo, accollato, che termina sui fianchi in una corta baschina, è decorato sulla hottoniera da ricami a spighe di grano. Lo definiscono un collettino piatto con minuscola ruche, maniche ?osce ornate al gomito e all'avambraccio da giri di perle e polsi con doppio volant di pizzo. Sulla gonna, sempre di raso bianco, posano sei balze sovrapposte di merletto, del ti 0 ad ago di Alençon. Sulla pettinatura semplice a bandeaux la coroncina di fiori d'arancio trattiene il lungo velo di trina.

BIANCA E PURA SI COME UN GIGLIO Si è soliti attribuire il cristallizzarsi del "bianco da sposa" al dogma dell'Immacolata Concezione proclamato l'8 dicembre 1854 da Papa Pio IX. Questo avvenimento ha senz'altro influito sulla fantasia popolare cattolica, tanto che con l'attributo immacolato Maria si presenta a Bernadette a Lourdes nel 1858, ma è pur vero che l'abitudine a indossare “la veste bianca" in occasione del proprio maltrimonio era gia diffusa da ben mezzo secolo. E la società romantica, che non desidera altro che rafforzare l'accostamento ideale esistente tra la figura virginea della sposa di culto cattolico e quella della Madonna, codifica il bianco immacolato e lo fa diventare tradizione. Ecco allora diventare comprensibile e giustificato il gesto della novella sposa che dona, a nozze avvenute, il proprio abito al simulacro della Vergine ove esista o almeno il bouquet alla sacra immagine, dipinta o scolpita. Il bianco è la luce, è il bene, la vita, la nascita, la positività. E' insieme non colore e summa di tutti i colori che Goethe, (ne La Teoria del Colori comparsa nel 1808) considera “non cose della natura ma della mente”. Per mezzo loro “gli uomini non soltanto rendono percepibile il mondo ma agiscono in esso allo scopo di rendere più armonico il rapporto con l'ambiente”. Già nel XVI secolo studiosi quali De Rinaldi (1559), Ludovico Dolce e Sicillo Araldo (1565), Morato e Contile (1574) si erano occupati in modo più complicato della filosofia dei colori. Sicillo Araldo, per esempio, consigliava una scelta di colori per l'abbigliamento di tutti i giorni variabile a seconda di ciò che si voleva comunicare. “L'abito morale di una donna deve essere composto da pianelle nere: semplicità; calze violette: perseveranza; giarrettiere bianche e nere: volontà di perseverare nella virtù; camicia bianca: purezza; abito di damasco bianco: castità; cintura nera: magnanimità” E' evidente che una diversa combinazione di colori fornirà nuovi significati, nuove interpretazioni e infinite possibilita di messaggi da comunicare. Ma il bianco resta indissolubilmente legato ai valori di purezza e di castità, associati fin dal Cinquecento all'abito nuziale veneziano. Cesare Vecellio tramanda infatti l'immagine di spose “sposate” (allo scambio degli anelli) vestite di raso bianco, sinonimo di verginità. Non meraviglia dunque che “L'abito morale di una donna secondo i colori", proposto dal Corriere delle Dame del settembre 1825, sia quasi copiato da quello cinquecentesco, con l'aggiunta della virtù dell'onestà legata al colore bianco di sottana, fazzoletto da seno e grembiale.

ROSE E MARGHERITE: UN ERBARIO ROMANTICO Nell' aprile del 1854 la leggendaria principessa Sissi, al secolo Elisabetta di Baviera, aveva sposato Francesco Giuseppe imperatore d'Austria. Il suo abito di marezzato bianco, ricamato con oro e argento, con una amplissima gonna decorata a mazzolini di fiori di diamanti e un minuscolo corpetto, ha lo scollo illeggiadrito da ghirlande di rose fresche. Il velo, di merletto a fuselli di Bruxelles, è fermato sulla regale imponente acconciatura a trecce e boccoloni, da un diadema prezioso, smitizzato dall'inaspettato accostamento con mirto e fiori d'arancio. E' trascorso quasi un secolo dalla prima apparizione di figurini nella Galerie des Modes che illustrano anche le mode per sposa, e ormai non c'è rivista rivolta al pubblico femminile che non li riporti. All'inizio le stampe sono tutte di marca francese, diversificandosi solo nella colorazione manuale eseguita nelle singole nazioni europee. In seguito, almeno per quanto riguarda l'Italia, Carolina Lattanzi, direttore per decenni del Corriere delle Dame, cerca di proporne di originali e accanto a figurini di Francia, d'Inghilterra, di Vienna, la rivista diffonde “modelli d'Italia”. Sorge così una nuova figura professionale: il disegnatore di moda. Emergono soprattutto i francesi tra cui si ricordano Vernet, Debucourt e Paul Gavarni. Sono di quest ultimo gli abiti da sposa di grande originalità. In quegli stessi anni i corpetti dei vestiti nuziali hanno ahbandonato le scollature e sono tornati pudichi, fittamente abbottonati sul davanti. Nel 1860 la crinolina raggiunge la sua massima dimensione assumendo l'aspetto di cupola brunellesca, e aggiunge lo strascico per le spose. I tessuti suntuosi, consistenti, corposi, sono ravvivati da balze, ruches e plissé. Le acconciature sono tutte molto semplici: corona di rose bianche che possono essere anche fresche, e velo di tulle. La dolce Margherita scelta come moglie per Umberto, il principe ereditario italiano, è senza dubbio la sposa più importante della seconda metà del secolo. Firmato il contratto di nozze la sera del 21 aprile, come imponeva il nuovo codice civile entrato in vigore nel gennaio del 1866, la bionda principessa celebrava, il mattino dopo, il matrimonio ecclesiastico, accompagnata dallo sguardo compiaciuto della madre, che aveva a sua volta sperato, ma invano, di diventare regina d'Italia sposando il vedovo Vittorio Emanuele II. Colei che sarebbe divenuta la “prima regina italiana” indossava un vestito di faille bianco ricamato in argento: corpetto leggermente scollato, stretto in vita da un'alta fascia finemente lavorata, gonna composta di dodici teli con coda di quasi tre metri e manto di quattro. Ornavano l'abito margherite, rose, fiori d'arancio, campanule, nodi d'amore, disposti a mazzi, corone, tralci e festoni. Sui capelli una rosa e due stelle di diamanti fermavano il lungo velo bianco ricamato a fiori d'argento. Il fastoso abito, i cui dettagli sartoriali furono meticolosamente precisati in tutte le riviste di moda e a cui si ispirarono i modelli delle spose a venire, fu bersaglio di garbata ironia almeno da parte del francese Tissot, presente alla cerimonia. Secondo lui “Margherita delle margherite” era paragonabile a un erbario” completo.

IRREQUIETEZZA FIN DE SIECLE Negli anni Settanta compare sempre piu frequentemente l'acconciatura “alla israelita” : un velo che copriva il viso e scendeva fino al seno. In tale foggia la sposa ebrea assisteva da secoli al rito, sollevando il velo soltanto alla fine della lettura del contratto nuziale -kethubbàper baciare lo sposo. I giornali di moda ripropongono spesso il viso velato e aggiornano le fidanzate sui mutamenti della linea degli abiti: il corpetto accorciato torna ad allungarsi nel taglio a príncesse del '76 per riprendere la linea appuntita dagli anni Ottanta in poi. La gonna sgonfiata sul davanti sposta il volume sul dietro: così la sottana passa senza scosse dalla crinolina alla tournure. Nella marea di revivals che improntano delle fogge di quegli anni, risalta quella "Luigi XIV” che evidenzia non solo il ritorno del mantò, dei collari a mantelletta, delle maniche corte ma anche, per il vestito da sposa, di tessuti rigati dai delicati colori pastello. La mussola velata che non si usa più “nemmeno per le modeste” è sostituita invece da “un finissimo tessuto di lana casimiro o voile, broccato, faglia e pekin”. I bellissimi merletti che parevano abbandonati continuano a formare l'ornamento dell'abito da sposa cadendo a fiocchi sullo strascico, formando grembiule, oppure panneggiati a paniere. Accessori consueti sono le scarpine e i guanti di capretto bianco o di raso glacé, le calze di seta bianca, le giarrettiere con i fiori d'arancio, il fazzoletto, il ventaglio e il libro delle orazioni. I fiori raccolti in un mazzolino rotondo abbastanza piccolo, avvolto con merletto increspato, formeranno insieme al portabouquet, -un ammennicolo in argento, o metallo argentato, variamente ornatoil dono prezioso dello sposo. Il XIX secolo matrimoniale è concluso nel 1896 dal matrimonio di Elena del Montenegro con Vittorio Emanuele di Savoia che diventerà Vittorio Emanuele III quando salirà al trono nel 1900. L'abito della sposa è di seta bianca con strascico a margherite d'argento. Sul capo il diadema di diamanti, regalo del suocero, regge il lungo velo di merletto, dono della regina Margherita, realizzato dalla scuola di Burano. Proveniente dalla stessa scuola è l'ombrellino nuziale donatole dalle “signore veneziane”. Nonostante in Europa sia ormai alquanto diffuso il movimento reform che auspicava una moda pratica e senza busti, gli abiti da sposa sono ancora costituiti da corpino aderente appuntito, guímpe fino al mento, maniche a gígot e gonna a calice capovolto. Il mondo sta vivendo la sua più Belle Epoque, ma non gliel” ha ancora detto nessuno, e non se ne accorgerà che quando sarà finita.