L'evoluzione degli abiti da sposa durante i primi decenni del Novecento: la nascita della bomboniera e le cerimonie durante la Grande Guerra

IL CERIMONIALE E IL LINGUAGGIO DEI FIORI All'inizio del nuovo secolo nulla cambia nell'avvicendamento cerimoniale e le regole dell'etichetta matrimoniale continuano a essere rispettate: i biglietti con cui i genitori della sposa invitano parenti e amici delle due famiglie a intervenire allo sposalizio vengono inviati un mese prima, mentre le partecipazioni dove i genitori annunciano il matrimonio dei figli partono a nozze avvenute. Alla vigilia del giorno fatale, (in Francia e in Piemonte per esempio) lo sposo invia la corbeílle nuziale. Il cofanetto contiene i regali che normalmente sono i gioielli e le trine famiglia, e. il taglio delle pietre così come tinta d'antico dei merletti testimonieranno del rango. Ma se la famiglia ne fosse priva o se lo sposo non fosse il primogenito della sua stirpe, donerà almeno un brillante nuovo e trine moderne di Bruxelles o Chantilly. Sempre alla vigilia, o due giorni prima delle nozze, la sposa si recherà al municipio per la stipulazione del contratto vestita di un elegante "toletta da visita, con cappellino assortito". Al termine del rito civile riceverà gli amici per un rinfresco in casa, dove i regali ricevuti sono stati esposti all'ammirazione (o esecrazione) parentale assieme al corredo. L' usanza è ritenuta indelicata dai manuali del saper vivere redatti da alcune nobildonne che sconsigliano vivamente di esporre “biancheria tanto intimamente personale”. Ma nel rispetto della tradizione la consuetudine ad esporre mutande, anche se ricamate, è destinata a durare per oltre mezzo secolo. Il giorno delle nozze, celebrate in chiesa nella tarda mattinata, la sposa vestirà l'abito bianco con il velo e i fiori d'arancio e alla cerimonia seguirà un pranzo fastoso. L'abito bianco è sconsigliato alle spose che hanno passato i venticinque anni e assolutamente proibito alle vedove insieme con il "velo vaporoso che si addice ad una giovinetta". Per queste ultime è preclusa anche qualunque manifestazione di gioia e di pompa con l'unica concessione di un velo in merletto purché molto costoso. Inscindibili dall'apparato matrimoniale i fiori sparsi ovunque: nell'abito, sul capo, tra le mani della sposa, nell'arredo della casa e nell`addobbo della chiesa seguono anch'essi. strano ma vero, il flusso variabile del gusto e della moda. Di rigore nel bouquet nuziale le corolle bianche e i fiori d`arancio simbolo di fertilità: all'inizio dell'Ottocento le rose bianche, che significano “amore che sospira”, s'intrecciano al mirto che, sacro ad Afrodite nel mito classico, rappresenta nel serto la forza del cuore, la prova d'amore. Durante l`impero agli abiti diritti si addicono i gigli che andranno più tardi a suggellare con "sentimenti puri e nobili” lo stile Liberty. Le spose della Restaurazione usano accanto ai narcisi -un po” di vanità non guasta- mughetti discretamente civettuoli come le campanule, tuberose dal profumo del desiderio, e teneri lilla per un'affettuosa amicizia. Il bouquet romantico, oltre al fiore d'arancio e di rose, si compone di camelie (fierezza), di gelsomini (amabilità, voluttà) e di fresie (purezza). La regina Margherita vi aggiunge le margherite che significano sicurezza, fiducia, stima in sé stessa. Nell`ultimo quarto del secolo ritornano il mirto e l'arancio sia fresco che in cera, ma le innovatrici riformiste preferiscono il cuore tenero dell`iris, la tenerezza del glicine, il capriccio dell'ortensia, la passione dell'orchidea. Sebbene il bouquet della sposa debba sempre essere di fiori freschi e fragranti, capita che la moda suggerisca alcune varianti artistiche. Nel 1912 Giovanna Labella crea originali bouquets nuziali all'uncinetto, di violette (amore nascosto), rose di macchia (amore selvatico), miosotis (fedeltà), astri (confidenza), lilla, mughetti e fiori d'arancio, caprifoglio (legame) e piccoli crisantemi inconsueti che concludono il messaggio fiorito e simboleggiano il pacato accoramento per l`abbandono della casa paterna e della giovanile spensieratezza. Lo stile Art Déco consiglia in italia a una sposa diafana e altera la calla, che sembra un foglio di velluto bianco accartocciato su se stesso, e il cui nome scientifico Zantedeschia Aethiopica ricorda le tormentate vicende dell'impero italiano. Per lo sposo raffinato e stilé va di moda la gardenia che significa sincerità. Quanto ai simboli non mancava la fantasia: per non creare equivoci comunque era preferibile accordarsi sul manuale da consultare.

SEMPRE BIANCHE E ORNATISSIME La proposta della mise nuziale spazia tra l'imperare della linea a Esse, il seno portato assai basso, il vitino di vespa e il dorso fortemente schienato. Gli abiti dai tessuti di seta Liberty, damaschi, rasi operati, crepes si ornano di plastrons e guímpes incrostati di pizzo d'Irlanda o ricamati a punto passamaneria e a punto smock. La guimpe, quella pettorina che sale ad avvolgere il collo terminando in una rinascimentale lattughina increspata, sembra sorreggere come una corolla il volto addolcito e consapevole della donna del Novecento e dona all'abbigliamento da sposa la nota più suggestiva. Dalle spalle si diparte a volte una berta di trina, un volano, a coprire il busto con modestia raffinata. Le gonne si sciolgono in teorie di pieghe più o meno sottili, si raccolgono con festoni e drappeggi che risolvono nella parte inferiore lo strascico evidente. Il velo scende a “ zampillo” da coroncine appoggiate su morbide acconciature ondulate e rigonfie e rispunta talvolta il velo “ all' ebrea”. In un mondo sovraccarico di fronzoli, l'abito nuziale si mantiene tutto sommato abbastanza semplice. I fiori, oltre che nel bouquet, sono presenti in minuscoli mazzi sul seno e al bordo inferiore della gonna. Non mancano naturalmente le eccezioni di abiti da sposa in cui veli, balze, colli, manicone, volani, pizzi e ricami si mescolano, si sovrappongono, si gonfiano e trasformano le malcapitate in un gigantesco wedding cake, la torta degli sposi che proprio in quegli anni entra a far parte del cerimoniale da matrimonio. Intanto lo stile della moda riforma piano piano si e divulgato e ha propagato le sue idee e le sue linee. Impercettibilmente il punto vita riprende a salire verso l`alto. Il ventre ritorna libero da costrizioni e sotto il fluire morbido delle stoffe si intuisce la lieve curva naturale dei fianchi. Sulle pettinature che sembrano lievitanti nuvole intorno al capo, il velo viene appuntato con forcine nascoste o talvolta acconciato come un impalpabile soggolo. Lo strascico è sempre d`obbligo. Verso la fine del primo decennio ritorna anche la linea princesse con abiti che delineano provocatoriamente la figura.

ALTA MODA PER SPOSE ELEGANTI Nel 1910 i creatori di moda sono ormai numerosissimi. Negli ateliers e nelle Maísons de couture aperti da Worth (per primo nel 1858), da Caillot Soeurs, Paquin, Doucet, Cheruit, Doeuillet e in Italia da Rosa Genoni, convergono le clienti internazionali che discutono con il couturier in ovattati e luminosi saloni verdeggianti di phoenix e kenzie i termini dell'eleganza matrimoniale delle loro figlie. Alcune rare immagini di quegli anni documentano le inevitabili estenuanti prove cui si sottoponevano con rassegnata pazienza le damigelle, nonché un momento di improvvisata genialità del “mago” che assestava con dita febbrili il tessuto fermando qua e là con spilli ciò che l'immaginazione e il gusto gli suggerivano, soffermandosi poi soddisfatto ad ammirarne l'esito. Nel 1910 il mutamento avvenuto nella moda femminile grazie all'Art Nouveau, alle Arts and Crafts, alla Riforma e al Giapponismo, ma anche grazie a Poiret che ha aperto la sua casa nel 1903, è ormai diffuso in un modo capillare. E' Poiret che sostituisce il busto, abbandonato nel 1906 per sempre, con una cintura interna di gros-grain balenata portata sotto il seno, sulla quale montare la gonna. L'album dei suoi abiti “raccontati” da Paul Iribe è datato 1908. Nel 1910 Poiret inventa la linea entrave a drappeggi digradanti sui fianchi e impacciata sul fondo, e la jupe culotte all'orientale. Anche lui, come tutti i grandi sarti, realizza abiti da sposa, ma è soprattutto la sorella Nicole Groult che si specializzerà in questo settore a partire dal 1919. Intanto le prime mises da matrimonio sono estremamente sensuali e sfarzose. Il corpo risulta avviluppato in tessuti morbidi quali raso, crêpe de chine, crêpe georgette, mussolina, satin Duchesse, impreziositi da inserti di merletto tra i più citati il pizzo Venezia, il Malines e il Valenciennesche compaiono al collo nei plastron o nei volants sulle maniche, sulle spalle, all'orlo della gonna. Talvolta l'intera tunichetta soprastante al fourreau è di pizzo, sostenuta da bretelle di fiori d'arancio. Lo strascico e moderato ma molto appuntito, come una coda di lucertola. Il velo, se di merletto di forma ovale, è posato molto avanti sul capo così da ondeggiare lievemente attorno al viso, trattenuto basso sulla fronte dalla coroncina di fiori. A volte è increspato e rigonfio come una cuffia, altre è annodato alla contadina come un foulard.

ELEGANZA PRATICA PER MATRIMONI DI GUERRA Scoppia la grande guerra. Lo choc è fortissimo. La rubrica della moda sui giornali evita di parlare di nozze e anzi, con effetto inquietante, nel mese di maggio solitamente dedicato alla pubblicazione di figurini nuziali vengono proposti abiti da lutto. L'anno successivo il sacro rito riprende, forse a significare la voglia di continuare a vivere nonostante tutto. Gli abiti si sono accorciati, la cintura si è alzata e le gonne arricciate. Il velo più corto appare rigonfio e voluminoso sui capelli, in una foggia detta a bonnet. Nuova è l'acconciatura ottenuta con il velo disposto a cuffia, nastri alla greca e un mazzolino di fiori d'arancio alle orecchie. Nel 1916 si consiglia alle giovani che fossero infermiere o crocerossine di sposarsi nella loro candida divisa. A tutte le altre viene suggerito un tailleur di gabardine o sergia blu scuro, verde intenso, o grigio talpa con collo e polsi di pelliccia o di velluto, di linea sobria e giovanile che si potrà sfruttare anche in seguito. Da evitare le piume considerate di "cattivissimo gusto” e in vago odore di malaugurio. Si indica ancora la soluzione di un abito da pomeriggio, in mussola di seta, velo di tulle ricamato o merletto, con o senza mantello: si potrà utilizzare in altre occasioni, anche se meno frequentemente del tailleur. Chi non potesse proprio rinunciare alla tradizionale veste bianca, la scelga almeno di seta soffice, di raso che ha un “biancore seducente” o di crêpe de chine che, opportunamente tinta, potrà essere indossata anche di sera. I vecchi merletti di famiglia sono originali se portati come pannelli sui fianchi. Gli accessori owiamente bianchi in quest'ultimo caso, -di raso le scarpine, di capretto i guanti, di lana o di cotone le le calze, -non potranno più essere adoperati in altre occasioni, mentre potrà farlo chi intelligentemente si sposerà in tailleur, che richiede scarpe e calze nere. “Queste piccole forme di economia sommate sono molto apprezzabili per chi ha redditi modesti, ma anche per chi avesse molti beni essendo un dovere consacrarne la magior parte ai soldati, ai prigionieri, alle opere di guerra”. Nella Mode Illustrée del 1917 si parla di "mariage de guerre”. Ci si chiede quali siano gli usi osservati in tale occasione dalla maggioranza: ci “si veste” ancora di bianco, corto o con strascico, in toilette da città o in semplice tailleur? “ Non ci sono più usanze formali da osservare: le attuali condizioni, le difficoltà sopraggiunte anche nei patrimoni più solidi, i lutti che hanno adombrato la maggior parte dei focolari famigliari sono sufficienti a giustificare qualunque decisione a proposito”. E si invita a una maggiore comprensione e tolleranza. Si giudica però più giusto sposarsi in un sobrio tailleur composto di abito e giacca fantasia completato da un cappello di organza. Tutti i parenti saranno vestiti semplicemente. Agli uomini è permesso indossare abiti un pò démodes d'avant guerre assicurandoli che nessuno ci farà caso. I collegiali assistono alla cerimonia nelle loro uniformi. Per quelle fortunate che nonostante tutto sfoggeranno l'abito bianco, si propone un modello ottenuto con raso avorio e crepe de chine: di linea morbida, cintura al diaframma, vi è sovrapposto un tablier o grembiule aperto lateralmente che si allunga in uno strascico. Un larghissimo nastro drappeggiato sulle spalle, incrociato sul petto con un mazzolino di zagare, farà da ficbu. Sebbene non manchino le raccomandazioni al risparmio, si propongono ancora dei modelli lussuosi in merletto e ricami di conterie e perle. Si consiglia di accorciare il velo in tre modi diversi: se corto, arricciato finemente attorno al viso con l'aiuto di piccole nervature o mediante spille sottili; se lungo, con il bordo superiore ripiegato a mo' di mantiglia, se di tulle rigonfiato sul capo come una soffice cuffia. Per quanto riguarda i fiori: basta un'esile ghirlanda di fiori d'arancio o una sola orchidea, bianca s'intende, disposta al lato del viso. Nel 1919 compaiono rigidi frontali, tesi a pagoda, attorno a cui arricciare il velo che dal 1920 potrà anche essere stropicciato a forma di chou al centro della testa.

LA BOMBONIERA L'indigenza del periodo bellico, la sopravvennuta consapevolezza civica della necessità di evitare sprechi comportano nuove consuetudini. I confetti, a nozze avvenute, si gettano festosamente al bambini e ai presenti, sul sagrato della chiesa. Alla fine del pranzo nuziale si distribuiscono agli invitati in numero dispari per scaramanzia. Con le difficoltà della guerra si aguzzano gli ingegni e compare un nuovo tipo di bomboniera: sono piccoli ritagli di tulle, quadrati o circolari,legati a sacchettino. L'effetto è quello di offrire un pezzetto del velo da sposa, sacrificato in tale modo a ricordo dell'evento. In seguito si è passati a confezionare in raso o batista di lino veri e propri sacchettini ricamati con sete policrome a motivi amorosi: colombe, viole del pensiero, non ti scordar di me, cuoricini, farfalle, amorini. A volte a forma di cuore, leggermente imbottiti, serviranno come puntaspilli. Questo è tutto ciò che è rimasto della preziosa bomboniera, nata per contenere bonbon, il cui nome sembralessere stato adoperato per prima volta in Francia nel 1770 circa e la cui origine si confonde con quella della scatoletta boite à mouchesche giaceva nelle tasche dei galanti in stile Rococò. E' stata realizzata nel corso dei secoli con i materiali più diversi, dai più nobili ai più comuni, dall'oro all'argento, dal legno al cristallo, dalla porcellana allo smalto, dalla ceramica alla madreperla, alle pietre dure. A Burano le spose appendono il tulle con i confetti a un fiore dai petali in merletto ad ago, mentre a Terni e a Sulmona con i confetti ricoperti di carta policroma si realizzano originali bouquets tanto belli e artistici che si rinuncia a mangiarli per conservarli.